29 marzo 1987
ECCOCI
La settimana che precede il derby a Catanzaro del 29 Marzo 1987, a Cosenza ne succedono di tutti i colori. E’ carnevale. La città si trasforma. A piazza Kennedy ogni giorno ci troviamo ultras, fighetti, studenti, tossici e malandrini. I giorni di carnevale sono il pretesto per un generale regolamento di conti. Quell’anno esplode la mania delle bombolette, ma non è la robetta che si vede adesso alle bancarelle. Schiuma da barba, con tanto di spruzzino e con il deodorante incorporato! Ce la buttiamo in testa a manate, che spesso diventano schiaffi e pugni. Una delle vittime predestinate della piazza è Madame Fifì, la signora conosciuta da tutta la città per le sue sbandierate e presunte doti di maga, indovina e guaritrice. Abita in Via Mario Mari: l’intestino movimentato dell’area di piazza Kennedy. La maga, tutto sommato, noi Cosentini l’abbiamo guardata sempre con rispetto ed ironia. Ma a carnevale, per il popolo, è quasi un dovere ribaltare questa ed altre convenzioni. Ognuno si sente in diritto di dirle in faccia quel che di lei pensa. Di tutto di più. Nel carnevale ’87 Madame Fifì si accinge a rientrare in casa dopo una giornata di magico lavoro ed esoterici uffici. A pochi metri dal portone d’ingresso, è circondata da una leggiadra e scomposta mandria di giovincelli dell’età media di anni trentacinque, i quali dopo averle urlato l’immancabile slogan: “Oi strega” , l’avvolgono nella sua stessa pelliccia cappottandogliela sulla testa a mò di coperta, per ricoprirla di una quantità enorme di schiuma da barba. Madame Fifì, bianca come un pupazzo di neve, sprizza scintille e si rifugia in casa, lanciando maledizioni dal balcone. Il figlio accorre in suo aiuto ed è accolto da una scarica di palate. Episodi analoghi coinvolgono, sempre nella medesima serata, tanti normali cittadini e passanti. Finisce nella mischia anche la mitica Fiorella. E’ il nostro sex symbol, la nostra Edwige Fenech. Possiede forme stratosferiche, sguardo sensualissimo, look ipermoderno, voce penetrante, cervello notevolmente pensante. Quanto ci piacevi, Fiorella! Naturalmente, soltanto l’intramontabile Manolo sarebbe riuscito ad intrattenere con lei uno scambio più che culturale…La sera del martedì di carnevale ’87, comunque, cresce la nostra già forte ammirazione nei confronti di Fiorella, quando all’angolo tra Kennedy e Corso Mazzini impiega una buona dose di violenza in uno scontro epico con un’altra ragazza vestita da punk, dopo un diverbio scoppiato a causa…delle solite bombolette di schiuma da barba. Sono pugni veri, mentre la gente forma il cerchio intorno alle due ragazze. Noi tifiamo Fiorella. Lei ci ha voluto sempre bene. Ci odia quella sera, invece, Massimino della Matriarca, quando nel tentativo di fare la cirriata ad un nostro giovane e pacchiarotto amico soprannominato Bummino, sfondiamo la vetrata della sala giochi, che casca sul piede di Massimino ferendolo gravemente. Anche lui vittima del carnevale cosentino! Le ostilità a Kennedy si concludono tra risse varie, in una nuvola di fumo sparato da un enorme estintore. E non c’è tempo per fermarsi a riflettere. Nelle cassette della posta, il giorno prima, molti di noi hanno trovato una lettera. Il mittente anonimo scrive da Catanzaro. Minaccia le nostre famiglie. Ci consiglia di non partire. Dice che se il 29 marzo ci recheremo in trasferta nel capoluogo, sarà come andare in guerra. Potremmo anche non tornare più. La settimana che precede il derby è una delle più intense. Gli ultrà stazionano tutti i giorni a Kennedy. All’inizio si parla di partire in pullman, poi nessuna ditta ce lo dà e quindi si ripiega sul treno. Piero raccoglie le adesioni. E’ stato alunno di mia madre. Il balcone di casa mia è ad un tiro di bengala dal suo. Ogni anno a natale mi sono sempre divertito a guardare lui e suo fratello Valentino che accendono le torce dal balcone. Noi della Nuova Guardia lo salutiamo sempre intonando il coro: Piero Romeo è il capo degli ultrà”. E lui, secco ma compiaciuto: Guagliù, un rumbiti i cugliuni. In effetti, negli anni d’oro del tifo organizzato rossoblu, Piero è un vero punto di riferimento. Insieme a Zu Ciccio, Cabaletta ed altri, organizza le coreografie, cuce bandieroni, fa stampare il materiale. Un pomeriggio mi presento mi presento da lui sotto le aquile di Kennedy:
-Piè, mù fa u biglietto dù treno?
– No, tu là un ci vìani.
Piero s’è sempre rifiutato di pronunciare la parola “catanzaro”. Stavolta, pur non dicendola, è come se l’avesse urlata nelle orecchie, accompagnata da un maiuscolo NO.
- …e picchì Piè?
- Dà famiglia mia partu sulu iu. Valentino rimana ara casa…
- …e quindi?
- E quindi, Clà?!? Non fare il cretino, perché hai già capito benissimo qual è il problema.
Loro sono 20mila e noi nemmeno 200…partendo in due da una famiglia, abbiamo il doppio delle possibilità di essere colpilti. Siccome per me sei come un fratello, tu là non ci vieni. La verità è che a mia madre, qualche giorno prima, sarà bastato scambiare due parole con Piero e si sono capiti subito, a sguardi.
- Ah sììì? E’ una congiura? Ed io parto lo stesso, da solo.
- K’ha dittu? Permetèttati a vinì là…e ra capu t’ha rumpu iu.
Piero sarà pure Piero. Ma io a catanzaro ci vado lo stesso, con o senza gli altri
Così la domenica del 29 marzo, prestissimo, mi presento da solo in stazione quando mancano 4 ore alla partenza del treno degli ultrà. La littorina delle 7.30 attraversa tutta la Sila e sbuca là. A Catanzaro arrivo presto. Scendendo dal treno, mi tornano in mente gli incubi della settimana appena conclusa. La gente è convinta che sarà una specie di guerra. E’ vivo il ricordo del primo derby e dei pesanti incidenti scoppiati a fine partita. Lo sanno bene i “giallorozzi”, che per i primi anni a Cosenza non metteranno piede. Tutti questi fantasmi m’assillano, mentre in stazione comincia un viavai di catanzaresi che fanno la ronda. Un ferroviere li vede entrare:
- Ragazzi, ma chi ve la fa fare?
- Vogliamo i cosentini. Noi siamo le ghestapo giallorosse.
All’ inizio nemmeno mi notano. Sono tanti. Mi rifugio nel bagno. Entrano pure nei cessi e proprio quando uno di loro finalmente mi osserva insospettito, all’esterno succede qualcosa. Scappano tutti. Arrivano carabinieri e celerini, in una quantità mai vista in vita mia. M’avvicino ad un capannello di carbi il capitano eccita i propri colleghi:
- Stanno arrivando centinaia di belve da Cosenza. Sono esaltati, ubriachi, drogati. Al primo segnale interveniamo con la massima durezza.
Dal treno scendono in 107 più io: 108. ci sono le facce migliori della curva, in rappresentanza di tutti i gruppi, i quartieri e le sezioni. Estraggo dalle mutande la sciarpa e il passamontagna e m’arrampico su una cabina telefonica, un po per guardare meglio la scena, un po per prevenire la reazione di Piero. In effetti, appena m’immergo nel gruppo, coerentemente Piero mi raccoglie alla sua maniera:
- Mò u culu tu rumpu iu...
- No Piè, tranquillu mu pigliu iu.
L’intervento di Ricuzzo è provvidenziale.
- Statti cu nua e statti tranquillu. Si caricami, viani puru tu, sinnò statti tranquillu.
Ma prima durante e dopo succederà poco o niente. Nel settore esponiamo lo striscione “Eccoci”. A fine primo tempo si accende una scaramuccia con la celere che vuole arrestare Padre Fedele, bersagliato dai cori più salati dei catanzaresi. All’ennesimo sfottò contro sua mamma, il Monaco tenta una carica solitaria. La digos lo acciuffa e noi siamo subito sopra di loro. Parapiglia, Monaco liberato e la tensione cala. Gli sbirri ci costringono comunque ad uscire dallo stadio un quarto d’ora prima. Il Cosenza tanto per cambiare perde. All’esterno divampa un altro mezzo tafferuglio: un gruppetto di catanzaresi accenna la sassaiola, noi rompiamo i cordoni, la celere picchia. Il viaggio di ritorno è degno dei migliori film di far west. Nelle stazioni, scoppiano scoppiano scontri con gli abitanti dei paesi della provincia di Catanzaro. Memorabile un gruppetto che viene a sfotterci con un pallone in mano. Li inseguiamo quasi fin dentro le case. Dopo una di queste fermate, il Monaco percorre su e giù il treno di corsa urlando contro di noi, con le mani nei capelli:
- Pazzi, siete pazzi, avete sparato contro una finestra. Assassini.
Restiamo esterrefatti. Possibile che uno di noi abbia portato in trasferta una pistola?!? E se è morto davvero qualcuno? Mi affaccio dal finestrino. Ci stiamo rifermando. Non so che paesino sia. Un vecchietto fuma e ci ammonisce:
- Guagliù, belli belli, ca simu di’ lupi puru nua. U Cusenza ha persu?
Impieghiamo ancora un’oretta prima di rientrare alla base. Il treno è silenzioso. A Cosenza troviamo un’atmosfera irreale:mamme in pena, fidanzate disperate, decine di sbirri. In pochi minuti ricostruiamo il “caso” della pistola. In realtà, una delle nostre pietrate ha sfondato la finestra di una casa, proprio mentre scoppiava un petardo, creando un effetto thriller. Il Monaco ha creduto veramente che qualcuno di noi avesse sparato, oppure si è servito della coincidenza per suggestionarci? Di certo, quella notte, pur di farci smettere di giocare alla guerra, ci ha fatto immaginare l’odore della polvere da sparo.
Claudio su TAM TAM e segnali di fumo del 25 marzo 2007