Il castello di Cosenza sorge su una motta (collina artificiale eretta con terreno di risulta proveniente dallo scavo del fossato che circonda il castello) di forma rettangolare posta sulla sommità del colle Pancrazio, uno dei sette colli su cui sorge la città.
Il terrapieno, di origine artificiale, fu edificato intorno al VI secolo a.C. dai Bretii o Brutii, popolo bellicoso e di indole guerriera stanziato in quei luoghi (Metropolis dei Bretii citata da Strabone) dal 600 a.C. in poi, spianando e rimodellando la cima del colle.
I Brutii sembra coltivassero qualche interesse per l'Astronomia, come suggeriscono le monete rinvenute nelle necropoli della zona, quali quella di Moio, sulle quali compaiono simboli stellari e immagini della falce lunare (Zumbini, 1990; Bruni, 1977).
La motta rimase presumibilmente intatta sul colle Pancrazio fino all'edificazione del castello da parte dei Normanni, anche se la prima notizia esplicita della sua esistenza si trova solo in un documento del secolo successivo, datato 1239, quindi già in epoca sveva, nel momento in cui viene ad essere occupato e ristrutturato da Federico II (Natella, Peduto, 1979).
Il castello mostra la tipica struttura rettangolare di concezione normanna e fu adattato bene sia alla motta che al suo allineamento. Durante il XIII secolo il castello venne ristrutturato da Federico II il quale fece aggiungere le due torri ottagonali lungo il lato meridionale di esso (oggi ne rimane una sola, purtroppo fatiscente).
Durante questo periodo l'astronomo/astrologo e matematico irlandese Michele Scoto (ma secondo qualche fonte pare fosse salernitano...) era consigliere di Federico II, mentre Maestro Teodoro era il suo astrologo personale.
Michele Scoto, che aveva contribuito ad introdurre in Italia l'astronomia e l'astrologia islamica, era molto sensibile alle credenze medioevali relative al simbolismo numerico e alle orientazioni astronomiche con motivazioni simboliche e astrologiche, quindi le due torri dovettero essere a sezione ottagonale per via del simbolismo mistico relativo al numero 8 e al poligono regolare di otto lati, il cui significato cabalistico era legato al concetto di "Eternità" (Levi, 1884) e che corrisponde alla "gematriah" del nome di Cristo scritto in lingua greca (888) (Hani, 1996; Gaspani, 2000).
La forma ottagonale fu quindi caratteristica di molte costruzioni ordinate e portate a termine da Federico II.
In alcune di queste costruzioni ottagonali si rileva la presenza di feritoie praticate in maniera da essere astronomicamente orientate in modo che il Sole e la Luna vi gettassero i loro raggi in particolari giorni dell'anno.
Nel caso delle due torri ottagonali del castello di Cosenza, di cui ne sopravvive attualmente una sola, non si rilevano orientazioni astronomicamente significative per quanto riguarda le feritoie, mentre per quanto riguarda l'altezza originale delle torri potrebbero essere avanzate alcune ipotesi. La procedura ha permesso di giungere ad ipotizzare un'altezza approssimativa compresa tra i 18 e i 23 metri, peraltro perfettamente consistente con i criteri costruttivi in uso nel XIII secolo in Europa.
Per ultimo va messo in evidenza che la pianta del castello mostra svariate interessanti proprietà geometriche che sono quelle tipiche dell'architettura mistica medioevale.
Tra queste prevale l'uso dei rapporti basati sulla sezione aurea e sul "numero d'oro" (1.618...) (Ghika, 1927, 1931) il quale, oltre a rappresentare un elemento molto diffuso nell'architettura medioevale, a cui erano attribuiti marcati significati simbolici a sfondo esoterico, permettava la realizzazione di strutture morfologicamente gradevoli alla vista, nonchè relativamente stabili dal punto di vista strutturale in seguito ad una coincidenza fortuita, ovviamente sconosciuta agli architetti medioevali, che faceva si che l'uso empirico dei rapporti tra le dimensioni lineari degli elementi costruttivi, basati sul "numero d'oro", generassero strutture capaci di resistere bene alle sollecitazioni meccaniche.
Testo tratto da
Analisi archeoastronomica del castello Normanno-Svevo di Cosenza
di Adriano Gaspani e Gisella Puterio.
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